Come sono uscita dalla dipendenza affettiva in meno di un anno. La storia di M.

Dipendenza Affettiva, Testimonianze

Attraverso le parole e le esperienze di una mia paziente – che per ragioni di riservatezza chiamerò M. – vediamo come si può uscire dalla dipendenza affettiva.

Una condivisione molto intima e profonda che ti mostrerà come è possibile, nonostante la sofferenza e le difficoltà concrete, uscire dal tunnel della dipendenza e ritrovare dentro di sé leggerezza ed entusiasmo.

Se anche tu vuoi uscire dalla dipendenza affettiva, questo articolo può ispirarti fiducia e speranza.

E se ti va di ricevere ascolto e supporto, puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo gratuito cliccando qui.

E ora ti lascio al racconto di M.

“Non riesco ad arrabbiarmi con lui”. La consapevolezza di essere dipendente affettiva

la consapevolezza di essere dipendente affettiva

“Così non ce la faccio, non posso farcela…”

Non riesce ad alzarsi dal letto. Ha partorito da qualche giorno ma ha ancora molti dolori.

Quel giorno si renderà conto di due cose che cambieranno la sua vita per sempre: la seconda è che avrebbe avuto bisogno di aiuto.

La bimba sta piangendo e lei vorrebbe alzarsi per prenderla.

Il suo compagno è giù in cucina, sta parlando con una conoscente che ha molto apprezzato il suo dolce vegano e lo sta riempiendo di complimenti.
È un classico… una donna lo nota, viene rapita dal suo fascino di uomo ribelle ma premuroso, si fa avanti con una scusa qualsiasi.

E lui che fa?
La lascia fare, figuriamoci! Un’altra donna sedotta, quale delizia…

Non dice mai di no, soprattutto a una donna che gli dimostra attenzione o interesse.
Non importa che di sopra ci sia la madre di sua figlia che gli aveva appena chiesto dell’acqua e di aiutarla ad alzarsi!

Dovrebbero andare a trovare i suoi genitori dove lei si fermerà qualche giorno. E sono già in grande ritardo.
In più la bambina si è messa a piangere e lei quindi dovrà fermarsi per allattarla.
Ci sarebbero tante cose da fare: prendere la bambina e portarla a lei così che la possa allattare, cambiarla e prepararla, portare dell’acqua e aiutarla poi ad alzarsi, caricare la macchina…

Ma lui invece ha deciso di non fare nulla di tutto questo per fermarsi a parlare con la nuova conoscente infatuata.

M. è arrabbiata e profondamente frustrata.
Per la prima volta da quando è iniziata questa relazione 4 anni prima, si rende conto che è troppo pesante. Che lei non ce la può fare.

E per la prima volta vorrebbe urlargli contro tutta la sua rabbia.

Ma non riesce.
E di questo si rende conto con stupore, con angoscia. Non riesce ad arrabbiarsi con lui.

“Perché non ci riesco?”

“Per amore di mia figlia smetterò di essere una bambina”. La ricerca di un aiuto professionale

non riesco a lasciarlo

La risposta non tarda ad arrivare…
Perché ho paura, ho paura che lui non mi parli più, che sparisca oppure che possa lasciarmi”

Le tornano alla mente con grande vergogna alcuni episodi della loro relazione.

I primi tempi in cui lui diceva che non era innamorato di lei e che non gli piaceva il suo corpo (la sua fisicità, la chiamava). E il fatto che ci fosse una buona intesa sessuale era solo per sfogo, non certo per piacere.

Quella volta che le aveva detto “ti amo” e poi subito aveva subito aggiunto “sto scherzando”.

Gli accordi infranti, le richieste respinte, le aspettative disattese.

I tradimenti.

Quando lei aveva detto che era incinta aveva addirittura affermato di non poter essere il padre, dato che non facevano sesso da mesi. Cosa ovviamente non vera.

Non aveva mai ricevuto uno schiaffo da lui. Ma tutte le altre violenze sì.

E nonostante tutto era rimasta.
Brucia tantissimo ammettere di aver sopportato così tante umiliazioni, che ora vede con una lucidità terrificante.

Che cosa l’aveva spinta a rimanere?
A non mandarlo aff****lo?
Che cosa le aveva impedito di proteggere se stessa?

Non riesce a trovare una motivazione ma in quel momento di grande debolezza arriva la prima delle due consapevolezze: che non era in grado di lasciarlo, per il momento.

Il solo pensiero di chiudere la relazione la fa sentire persa in mezzo ad un oceano, in balia di onde minacciose.

Fa uno sforzo e riesce ad alzarsi. Va dalla sua piccola, la guarda, la prende in braccio.
La bacia e sente che quello è amore. Quello sì che è amore.

E per questo lei è disposta a diventare finalmente grande.
Per far crescere sua figlia lei smetterà di fare la bambina.

“Cercherò una psicologa”

Il primo colloquio: la necessità di sentirsi compresa e accettata

Questo è l’episodio che M. mi racconta durante il nostro primo incontro.

“Ti ho visto su Facebook. Mi sei piaciuta perché mi sembrava che capissi esattamente quello che provavo. Non ero molto favorevole all’online ma già dal primo colloquio ti ho sentito vicina”

Il colloquio conoscitivo è un passaggio molto importante per la creazione di un rapporto basato sulla fiducia.
È una pratica infatti che molti psicologi, me compresa, propongono ai loro contatti.

In questa fase può aiutarti portare l’attenzione su ciò che senti, se percepisci di poterti affidare, se c’è comprensione e accoglienza. La verifica di titoli e di autorevolezza non basta.

Un percorso psicologico è una relazione a tutti gli effetti, in cui devono esserci fiducia, apertura e accettazione.
Se non ti fidi, se non ti piace, se non ti senti libera di poter dire tutto sarà più difficile raggiungere i tuoi obiettivi di guarigione.

“La cosa che mi ha colpito di più è stata che, a differenza di tutti gli altri specialisti che avevo trovato, tu non proponevi il no contact come strategia necessaria.
Mi sembrava che lasciassi molto la libertà di decidere se chiudere o continuare la relazione. E dato che io in quel momento non ero capace di chiudere, le tue parole mi hanno rassicurato molto.

Mi sono sentita che potevo mostrarmi a te così com’ero, che mi avresti capita e accettata anche nella mia profonda debolezza.
Che poi dovrebbe essere così che ci si sente da una psicologa, no?”

Quanto sei responsabile della tua dipendenza affettiva?

M. ha lavorato molto intensamente per uscire dalla sua dipendenza, partendo dal primo fondamentale passo: accettare di essere dipendente.

Questa accettazione parte innanzitutto dal riconoscere in te i segnali della dipendenza affettiva: difficoltà ad esprimere la rabbia, difficoltà a dire di no, paura dell’abbandono, auto-svalutazione e senso di colpa.

Accettare significa inoltre osservare il tuo contributo nella creazione di una relazione disfunzionale e tossica, essere consapevole della tua responsabilità nel portare avanti e nutrire quella sofferenza.

Attenzione, NON SI PARLA DI COLPA.

Vedere il tuo contributo nella sofferenza non significa addossarti la responsabilità dei comportamenti altrui.
Non significa giustificare le violenze o le manipolazioni subite.
Non significa considerarti sbagliata e meritevole di silenzi punitivi o altri tipi di ricatti emotivi.

Significa vedere invece cosa stai facendo per conservare quella situazione, continuando a sperare o a lamentarti invece di cambiarla davvero.

Come superare il senso di colpa: dalla vergogna al perdono

come superare il senso di colpa

Dopo qualche seduta M. arriva in lacrime e condivide tra i singhiozzi la sua vergogna nell’aver visto che in realtà lei sapeva già tutto dall’inizio.

Aveva già capito che tipo era, seduttivo e narcisista.
Si era resa conto subito delle sue menzogne, delle sue strategie manipolative, della sua anaffettività.
E ora comprendeva che nonostante tutto lei aveva scelto di non vedere.

In quel momento M. ha veramente accolto la propria responsabilità.

Si è sentita in colpa?

Sì, molto.

E si è vergognata anche tanto. Tanto da sentirsi stupida, piccola, incapace di proteggersi.

E allora è venuto in soccorso il perdono.

Attraverso il perdono M. ha cambiato la propria abitudine all’autocritica, ha smesso di giudicare la se stessa del passato con gli occhi del presente, ha accolto le sue debolezze in un abbraccio amorevole.

Ha abbandonato l’idea del giusto e dello sbagliato e ha abbracciato la possibilità di cadere e di rialzarsi.

“L’importante non è che sono caduta. La cosa meravigliosa è che posso rialzarmi. Da sola.”

Il perdono è un gesto concreto di amore verso te stessa.
Un guardare con compassione alla tua vulnerabilità, alla tua ingenuità, alla tua superficialità.

E, al contrario di quello che puoi pensare, è una grande ammissione di responsabilità.
Per perdonarti infatti devi prima riconoscere di aver commesso l’errore.

Attraverso il perdono puoi liberarti dal senso di colpa e ripartire più leggera e consapevole della tua forza e della tua debolezza.

Oltre la paura: la sensazione di farcela da sola

si può uscire dalla dipendenza affettiva

E poi?

Il processo di liberazione dalla dipendenza porta infine alla ripresa del tuo potere.

Il potere di realizzare la tua felicità, di essere libera e autonoma, di prenderti per mano con dolcezza.

E soprattutto di potercela fare da sola.

Arrivare a sentire il tuo potere significa comprendere che non c‘è per forza bisogno di un uomo per confermare la tua identità, il tuo ruolo, la tua direzione. Non c’è bisogno di nessuno.

M. ha compreso che fino a quel momento la paura di fallire, di non farcela, di sentirsi inadeguata, l’aveva portata a mettere se stessa e i suoi progetti in secondo piano.

“La relazione era diventata la mia unica priorità, così non sentivo la paura di non essere capace di vivere. Mettevo tutte le mie energie lì, così avevo la scusa di non potermi prendere la responsabilità della mia vita.”

Ha ammesso di aver avuto bisogno di un uomo che la facesse sentire in qualche modo “sensata” perché da sola, aveva la sensazione di fluttuare senza meta.

E quindi lo ha lasciato?

No, non è arrivata a prendere questa decisione. Non ce n’è stato bisogno.

Quello che ha vissuto M. è stato un graduale processo di rinascita che l’ha portata a trasformare a piccoli passi la sua vita: ha ripreso in mano dei progetti professionali che aveva lasciato in disparte, ha ottenuto una maggiore indipendenza economica, ha ridefinito gli spazi di casa per ottenere un suo piccolo studio, ha arricchito la sua vita sociale e ha ricominciato a danzare.

“La nostra relazione è cambiata tantissimo. Anche lui è cambiato molto.
Io riesco a proteggere i miei spazi e lui mi rispetta.
Mi ha anche chiesto se possiamo cominciare un percorso di coppia, per creare nuovi modi di comunicare e di amarci.
Non sento più di avere bisogno di lui, è vero. Adesso finalmente scelgo di stare con lui.”

Uscire dalla dipendenza affettiva si può

Accettare la tua responsabilità, acquisire la capacità di perdonarti e riappropriarti del tuo potere.

Questi sono gli obiettivi fondamentali per uscire dalla dipendenza affettiva.

Un percorso psicologico può aiutarti a raggiungerli, accelerando notevolmente il tuo cammino e fornendoti uno spazio sicuro e protetto dove prenderti cura del tuo dolore e definire le basi per la tua autonomia emotiva.

Se lo senti puoi contattarmi per fissare un colloquio conoscitivo gratuito.

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